“Si dice che quando una persona guarda le stelle è come se volesse ritrovare la propria dimensione dispersa nell’universo”
(S. Dalì)
Siena – E’ stata inaugurata il 19 settembre 2020 e riaperta il 28 maggio 2021 la mostra “Dalí a Siena: da Galileo Galilei al Surrealismo”, organizzata da The Dalí Universe. La mostra, patrocinata dal Comune di Siena, dalla Banca d’Italia e dall’Osservatorio Astronomico dell’Università di Siena, conta più di 100 opere dell’artista ed è stata allestita nello storico Palazzo Piccolomini, già delle Palazzo delle Papesse, recentemente restaurato e riaperto finalmente ai visitatori.
Ammettiamolo: Dalì è, paradossalmente, uno degli emblemi della riconoscibilità. A chi associare orologi liquefatti e tigri ruggenti se non a lui?
Pochi però conoscono la sua produzione scultorea che ha fugato ogni dubbio sulla concretezza che possono avere le sue immagini deliranti: sì il bronzo nella sua matericità può comunque comunicare il surrealismo di Dalì e sì, un elefante può comunque avere zampe altissime ed essere sovrastato da un obelisco d’ambra.
Andando oltre la pietra miliare Benjaminiana del concetto di riproducibilità tecnica, quelle che ci accolgono a Palazzo Piccolomini sono pezzi firmati dall’artista, esposti in un percorso vario e comprensivo di opere di scultura, grafica, design, arredamento e gioielleria, capace di mostrare la poliedricità della sua inventiva e dandogli una diversa prospettiva di approccio.
Cos’è “sur-reale“? Qualcosa che va oltre il reale, il cognitivo, l’accessibile. Questa corrente fu una delle espressioni più peculiari dell’arte dello scorso secolo e rientra nella sfera delle produzioni artistiche profondamente influenzate dalla teoria della psicoanalisi di Freud: inconscio, dimensioni oniriche, meccanismi di proiezione e onnipotenza, sentimenti di eros e thanatos sono solo alcuni dei temi ricorrenti di base.
Far vivere le pieghe creative del surrealismo mostrando il ‘multiforme’ talento artistico di Dalì è stata proprio la sfida alla base di questo percorso che parla di fiori, animali fantastici, piramidi, curve, lumache, farfalle ed elefanti. Queste sculture infatti rendono tattili quei simboli da tutti conosciuti: la realizzazione di un orologio di bronzo che si liquefa, la donna con il corpo a cassetti, la personificazione della moda come figura nuda con la testa piena di rose e la raffigurazione di un Dio come un dito crepato. Per quanto oggi le lingue dell’assurdo e dell’ironico siano a noi più comprensibili non si può non pensare a quel dito come una sorte di pollice in su attuale, alla divinizzazione dei social o all’irriverenza di un’opera di Cattelan.
Questi simboli in realtà rimandano al vissuto dell’artista che ci parla attraverso le sue interpretazioni: nel guscio delle lumache si ritrova il fascino che egli aveva per la matematica, la regola aurea ed il fatidico incontro con Freud; negli unicorni si può intravedere il concetto di figura maschile e nella sua Alice dorata non una bambina che vaga in un mondo fantastico ma un rimando, quasi klimtiano, alle tre età della donna, con un focus sull’interiorità.
Alice accompagna lo spettatore in queste stanze delle meraviglie verso proiezioni, fotografie, gioielli e delle lampade: la sezione della grafica mostra infatti la personale visione del famoso romanzo di L. Carroll ed i ritratti di grandi personaggi del mondo scientifico; un mondo che trova spazio anche nel bronzo con una rappresentazione di Newton, a tratti ‘boccioniana’, nella sala delle famose (e divertenti) anamorfosi.
Il rintocco delle (bronzee) campane del Duomo risuona anche nelle stanze dell’arredamento dove la mobilia, nata dalla collaborazione con Jean – Michel Frank, introduce in un salotto che parla una lingua a tratti Dada offrendoci un prosecco immaginario: colori pastello, crema e oro riflettono nuovamente quella dimensione fuori dal tempo nella quale Dalì voleva definirsi come un genio in vita e dopo la morte e le sculture in vetro rimandano a quell’aspetto ludico ricordato anche nella mostra livornese di Mario Madiai.
Il contrasto tra le salde mura del Palazzo Piccolomini e la delicata fragilità alla base delle teorie di Dalì, racconta il doppio livello di fruizione che fa del concetto di tempo il suo elemento portante: in questa cornice storica di gusto rinascimentale fiorentino, la mostra crea un fil rouge ideale tra le figure dell’artista e quella di Galileo Galilei, altro grande sognatore, grazie proprio all’edificio. E’ risaputo che parlare di storia dell’architettura non riguarda mai solo un ‘luogo’. Gli edifici raccontano molte storie e parlano molte lingue: questo palazzo di Bernardo Rossellino fu realizzato tra il 1460 e il 1595 sotto la supervisione della sorella di Papa Pio, II Caterina Piccolomini, che lo gestì e vi visse con la sorella Laudomia (da qui l’appellativo ‘Palazzo delle Papesse’); oggi ci permette di andare oltre il mero senso del conosciuto ricordando l’importanza degli incontri perché, in questa sede, Ascanio II Piccolomini ospitò tempo dopo Galileo Galilei ospite nel momento in cui perfezionò i suoi studi sui principi della meccanica: tra coincidenze e volontà di intenti hanno lasciato in eredità alla città di Siena questo avvenimento.
Nel tempo le mutate destinazioni d’uso lo hanno visto sede dello Scrittoio delle Regie Fabbriche e successivamente dell’Archivio di Stato, fino a divenire proprietà della Banca d’Italia ed oggi è possibile ammirarlo nuovamente come sede espositiva grazie all’inventiva e alla volontà di Ferruccio Carminati, diretto
re della mostra. Grazie alla sua sensibilità ha coniugato l’occasione espositiva con la volontà di far riscoprire il palazzo, riaprendolo dopo avervi compiuto migliorie a suo carico; l’allestimento segue lo stile architettonico e proietta l’esterno all’interno permettendo al contempo sia la valorizzazione che la contestualizzazione delle opere. In questo duplice senso del tempo, storico e surreale, le sculture in bronzo raccontano nuovamente la forza degli incontri: la nascita di questa produzione parla infatti della conoscenza tra l’artista e Beniamino Levi, presidente di Dalì Universe e proprietario delle fonderie Levi. Grazie al suo supporto, mecenatismo ed alla sua lungimiranza oggi anche per noi è possibile gustare la dimensione del surreale con una spinta diversa, più netta e percettibile.
Questo stimolo si concretizza inoltre anche nella possibilità di acquistare in loco opere dell’artista stesso presso la Galleria che conclude il percorso espositivo dove, con un sorriso beffardo, sembra salutarci Dalì stesso sussurrandoci “la droga, sono io”.
La mostra è aperta tutti i giorni dalle 10.00 alle 19.00.
Un’ora prima della chiusura del Palazzo sono previsti l’ultimo ingresso e la chiusura della biglietteria (18.00).
Palazzo delle Papesse – Via di Città, 126 Siena
info@daliasiena.it – www.daliasiena.it