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Dallas e il razzismo della polizia americana

Dallas

Nella sera del 7 si è svolta a Dallas, in Texas, una veglia commemorativa per l’uccisione di due ragazzi afroamericani in Louisiana e Minnesota da parte delle forze dell’ordine. Durante questa manifestazione decine di poliziotti, come avviene di norma, svolgeva il servizio d’ordine, nonostante la manifestazione fosse pacifica.

All’improvviso si sono sentiti dei colpi d’arma da fuoco e si è scatenato il panico mentre poco più di una decina di agenti sono stati colpiti. Quattro sono morti sul colpo e un quinto è morto poi in ospedale. All’inizio si è subito parlato di quattro cecchini che avevano agito congiuntamente, ma poi le accuse sono ricadute su un’unica persona: Micah Xavier Johnson, ragazzo afroamericano di 25 anni, incensurato e riservista dell’esercito statunitense in Afghanistan.

Fin da subito è stato evidenziato l’odio razziale che ha portato a questa strage. Sembra che il cecchino infatti avesse un particolare astio nei confronti dei bianchi. Inoltre la polizia ha sempre dimostrato, negli Stati Uniti, una particolare “attenzione” nei confronti delle minoranze etniche, specialmente afroamericane e ispaniche e gli eventi di Dallas possono senz’altro rappresentare una violenta reazione a questo tipo di abusi.

Secondo le statistiche pubblicate dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti d’America, nel 2013, il 31.8% degli afroamericani arrestati sono morti nelle braccia della giustizia, esclusi dal computo quelli mandati al Death Row (condannati a morte). Per capire quanto sia elevata questa percentuale, basti pensare che, all’epoca, gli afroamericani, in rapporto all’intera popolazione statunitense, erano solamente il 12,2%.

Prendendo gli stessi dati per i bianchi, osserviamo che su un 63,7%, in rapporto al resto della popolazione, le morti legate ad un arresto sono “solamente” il 42,1%. Nonostante quindi siano molti meno gli afroamericani dei bianchi, in proporzione, la polizia statunitense ha ucciso molti più neri che bianchi (parlo esplicitamente di omicidi perché il 61,5% delle morti nelle mani della giustizia sono appunto omicidi commessi dagli agenti).

Un altro esempio di questo particolare legame che sembra intercorrere tra l’etnia del reo e l’atteggiamento degli agenti di polizia, riguarda i controlli e le perquisizioni effettuati sulla popolazione di New York. In primo luogo, dal 2003 al 2012 i controlli su tutta la popolazione sono aumentati a dismisura, ma non interessa in questa sede indagarne il motivo.

Ciò che interessa maggiormente è che, mentre i controlli sui bianchi sono passati da 17000 a 50000, quelli sugli afroamericani sono passati da 77000 a 284000. Questo dato va letto sapendo che inoltre, a New York, gli afroamericani sono 900000 in meno rispetto ai bianchi.

Accertato il fatto che i poliziotti americani hanno statisticamente maggiori “attenzioni” nei confronti degli afroamericani, rispetto alle altre etnie, soprattutto ai bianchi, è necessario riflettere su cosa ciò può comportare.

Oggi possiamo essere tutti sconvolti per il fatto che un ragazzo afroamericano abbia ucciso degli agenti in occasione di una manifestazione che sarebbe dovuta essere all’insegna del ripudio della violenza, ma la storia insegna che, dove c’è disparità ed emarginazione sociale, c’è anche odio e violenza che aspettano solo una piccola scintilla per esplodere.

Il problema non è da sottovalutare e sarà interessante vedere anche come sarà affrontato in campagna elettorale dai candidati alle presidenziali.

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